Vitantonio SORINO (1912 – 1954): una storia di ieri che porrebbe essere una storia di oggi
Non ho alcun ricordo di mio padre Vitantonio, perché quando nacqui nel 1954, papà era ancora in Africa, a Mogadiscio, città della Somalia, dove morì undici mesi dopo, senza averlo mai potuto né conoscere né abbracciare. Con mio figlio Antonio, appassionato di storia militare, ho raccolto, conservato e studiato tutte le testimonianze scritte, orali e materiali, utili a ricostruire la sua figura e la sua vita. Fondamentale è stato l’apporto di mia madre, Fiorita, moglie, madre e mamma affettuosa, gelosa custode delle memorie (foto, lettere, libri, quaderni, racconti indiretti dei familiari, oggetti esotici) del marito Antonio che oggi non c’è più, ma fino ai suoi ultimi giorni di vita non ha mai smesso di raccontare. I genitori di Antonio, Margherita e Benedetto costruirono insieme una bella famiglia. Ebbero sei figli, di cui Antonio era il maggiore. La loro prima abitazione fu in via Pozzo Maddalena n.2, dove Antoniuccio nacque il 12 dicembre 1912 e visse, prima del trasferimento della famiglia nella casa più grande di via Trieste. Antonio, dopo aver frequentato l’asilo, ubicato in alcune aule del Monte dei Poveri ai Cappuccini, frequentò le elementari, in una delle tante case private date in affitto al Comune e disseminate in varie zone del paese,quando ancora non c’era l’Edificio scolastico “Settanni”.
Papà amava la musica, la lettura e suonava da autodidatta il violino. C’era la gioia e la spensieratezza del primo dopoguerra a Rutigliano, dove la vita scorreva abbastanza serena anche nei primi anni dell’Era Fascista. Vitantonio è ormai grande, ha vent’anni; studierà da autodidatta e più tardi anche per corrispondenza. Il mondo in cui vive gli va stretto, anche se circondato dall’affetto e dalle premure della mamma, dalle attenzioni delle sorelle più piccole, Laura e Cecilia, mentre trascorre ore giocose con gli altri fratelli Lino e Michele, nel clima tipico delle famiglie numerose dell’epoca. Rutigliano, in quegli anni, è un centro prevalentemente agricolo. Il servizio di leva apre ad Antonio una prospettiva nuova.
Soldato di leva, classe 1912, arruolato nel Regio Esercito Italiano presso il Distretto Militare di Bari e lasciato in congedo illimitato il 27 giugno 1932 (così si legge nel Foglio matricolare), Vitantonio, chiamato alle armi e giunto a Fiume l’8 marzo 1933, viene assegnato quattro giorni dopo al 26° Reggimento Fanteria. A ventun’anni egli scopre che la vita militare fa proprio al caso. E’ un giovane pieno di speranze, pronto ad affrontare la vita, ora che dalla caserma “Picca” di Bari è arrivato alla caserma “Diaz”di Fiume. Quella che Antoniuccio vede per la prima volta è una città mitteleuropea sul mare, porto franco, di 53.896 abitanti, con bei palazzi e chiese antiche, cinema, teatri, strade e piazze ampie, città che ha vissuto con entusiasmo nel 1919 la storica impresa del poeta Gabriele D’Annunzio, con la creazione dello Stato libero di Fiume, nel 1920. Si dedica con abnegazione al servizio in caserma, apprezza la vita cittadina e, quando può, va al mare. Antonio è ancora a Fiume quando il 18 ottobre 1936 riceve il telegramma del Ministero della Guerra che lo porterà fuori con destinazione Africa Orientale. Il 21 novembre 1936 si imbarca da Napoli con il 4° Battaglione di Marcia per l’Eritrea, alla volta di Massaua, dove sbarcherà dopo nove giorni di navigazione, per poi raggiungere Gondar, in Etiopia, capoluogo del governatorato dell’Amhara nell’Africa Orientale Italiana. Vitantonio rimane a Gondar, fino a che non si ammala ed è costretto a rientrare in Italia.
Il 27 novembre 1941 con i suoi commilitoni viene catturato nel fatto d’arme di Gondar: il giorno dopo, sarà l’intera divisione di Gondar, l’ultima a cadere nelle mani degli inglesi. Viene, quindi, portato in un campo di prigionia in Kenya. Nel 1945, una Commissione medica inglese, avendo constatato le sue non buone condizioni fisiche, lo rimanda a casa. Per la sua cooperazione con gli inglesi, al ritorno dalla prigionia, Antonio viene decorato della “Croce al Merito di Guerra”. A Rutigliano, dov’è in convalescenza, vede per la prima volta la donna della sua vita, Fiorita e se ne innamora perdutamente. Seguono la festa del fidanzamento, quella del matrimonio, il 3 agosto 1946 e, il viaggio di nozze a Napoli, Roma e Firenze, città che Antonio conosce bene per lavoro. Dal 1946 al 1950,nei primi quattro anni di matrimonio, Antonio fa il pendolare, tra Rutigliano e Bari, mentre è in servizio al Distretto militare del capoluogo pugliese.
A pochi giorni dal primo anniversario del matrimonio, nasce la primogenita, Margherita. Due anni dopo, nel 1949, nasce Angela. Si presenta, per Antonio, l’occasione di tornare nel Corno d’Africa, a Mogadiscio, in Somalia, in una missione di peace keeping, per prestare servizio in zona d’intervento per conto dell’O.N.U., opportunità che vuole cogliere al volo per il benessere economico della famiglia. Il 5 febbraio 1950 si imbarca dal porto di Napoli e sbarca a Mogadiscio il 20 febbraio, quindici giorni dopo. Il dodici dicembre dello stesso anno, il giorno in cui Antonio compirà 39 anni, riceverà un bellissimo regalo: la promozione, da sergente maggiore a maresciallo ordinario del Genio Pionieri dell’Esercito Italiano. Il 23 maggio 1952 si imbarca a Mogadiscio per l’Italia, avendo ottenuto una licenza ordinaria di 75 giorni. Fiorita aspetta il marito con ansia. Egli sbarca a Napoli il 10 giugno 1952 con regali per tutti. Dopo la licenza, ritornato a Mogadiscio, un telegramma lo avverte che sta per nascere un maschietto: infatti il 6 aprile 1953 nascerà Benedetto che tutti chiameranno col nomignolo di Tino.
Nulla fa presagire la sua morte che avverrà il giorno dopo l’ultima lettera del 12 maggio 1954, nella quale Antonio scrive che non vede l’ora di tornare e assicura la moglie di essere in perfetta salute, chiedendole solo di pazientare ancora per qualche settimana e che “tornerà presto anzi prestissimo”… e “con l’aiuto di Dio buono e misericordioso saremo uniti per sempre”. Mentre a Mogadiscio si celebrano i funerali, Fiorita è all’oscuro di tutto e apprende la triste notizia attraverso una lettera della Compagnia del Genio indirizzata alla “vedova” Fiorita Cardascia. Il 13 maggio 1954 finisce per mio padre ogni speranza e ogni progetto. La morte arriva, mentre è ricoverato dal 5 maggio all’ospedale “De Martino” di Mogadiscio, senza averne fatto parola nelle lettere alla famiglia. I funerali si svolgono a Mogadiscio il 14 maggio 1954. La sua salma giunge a Rutigliano, nel 1955: i funerali militari in suo onore per le vie del paese si svolgono in modo solenne e composto. La salma riposa con il cognato Graziano, nella cappella di famiglia, nel cimitero di Rutigliano, accanto alla sua Fiorita, terziaria francescana, morta sei anni fa nel 2018. A 70 anni dalla morte di mio padre, gli è stato intitolato dal Comune di Rutigliano una strada e dal Ministero della Difesa una pagina sul sito web dedicato ai Caduti Internazionali nelle Missioni di Pace per conto dell’ONU.
Tino Sorino
