Aviazione

Aviere scelto Francesco GADALETA – Vitoronzo Pastore

Aviere scelto motorista Francesco GADALETA

Nacque a Bari 2 gennaio 1920 – deceduto a Casamassima il 5 settembre 2001. Francesco, detto don Ciccio, orfano di padre, un capotreno morto tragicamente, penultino di sei fratelli. All’età di sette anni venne inviato al collegio dei padri Scolopi di Benevento, per uscirne a 18 anni compiuti per essere immediatamente arruolato nella Regia Aereonautica. Venne inquadrato nella 281ª Squadriglia Aerosiluranti 16° Stormo aereo bombardieri. Raggiunse Gorizia dove nel dicembre del 1940 era stata costituita la squadriglia aerosiluranti; successivamente, come aviere scelto motorista di bordo, fu assegnato, il 5 marzo 1941, alla nuova unità aerosiluranti 281ª Squadriglia, comandata dal pilota capitano Carlo Emanuele BUSCAGLIA. La squadriglia utilizzava i trimotori Alfa Romeo Savoia Marchetti S 79 (aereo soprannominato poi dagli alleati “gobbo maledetto”). La squadriglia fu dislocata sull’isola di Rodi prontamente operativa dal 20 marzo.

Il suo racconto al figlio Pino:

… Intanto c’era stato il 25 luglio e la caduta del fascismo e gli scioperi nelle grandi fabbriche del 17 e 20 agosto, cose che furono accolte con grande attenzione da noi della truppa, e, infatti, assistemmo al rito di molte camicie nere che divennero in un attimo grigioverde. Ti rammento che qui a Bari la caduta del fascismo fu funestata dall’eccidio di via De Niccolò dell’Arca. A Pisa, nel campo di aviazione, vi era un clima di trepidante attesa, si aspettava una svolta allo stato di belligeranza, i nostri ufficiali erano inquieti intuendo che il peggio doveva ancora arrivare. Circolavano voci di un eventuale trasferimento degli aerei a Decimomannu (CA). Dopo l’annuncio badogliano dell’armistizio, la sera, nel campo ci fu un momento di esultanza, c’era chi brindava, chi si abbracciava, chi gridava, come se fossimo usciti da un incubo. La baldoria durò sino al mattino chiedendo ai nostri comandanti cosa dovessimo aspettarci. Molti di noi erano convinti che la guerra fosse finita. La mattina successiva a ai borio del campo apparvero sparute divise tedesche comprendemmo che la situazione diventava pericolosa. I nostri ufficiali erano silenziosi, impotenti, attaccati alle radio trasmittenti, o in attesa che al telefono qualcuno dei comandanti superiori rispondessero alle loro domanda: che facciamo? Il tempo era congelato in una bolla con la speranza di ricevere ordini dallo Stato Maggiore di Superaereo. La mattina dopo apprendemmo per vie traverse che il re era scappato da Roma. Molti di noi decisero di non attendere oltre, i nostri comandanti, praticamente, con i Tedeschi ostili alle porte, ci fecero capire “si salvi chi può”; abbiamo ritenuto opportuno tagliare la corda, perché in quelle condizioni l’unica cosa che ci poteva capitare era di essere presi in trappola come tanti topi, e in ordine sparso prendemmo la via dei cancelli. Indossai abiti civili, con una bicicletta e con quel poco che avevo nello zaino compresa una bussola e una carta geografica, mi diressi per Firenze, deciso ad arrivare a Bari, a casa, direzione sud-est, mi teneva compagnia un commilitone brindisino.

Impiegai due settimane per arrivare a Manfredonia, prendendo vie secondarie per non essere intercettato dai Tedeschi, gli spostamenti erano fatti di notte, quando non era possibile essere aiutati dai contadini che ci agevolarono spesso e di buon grado portandoci sui loro carri, rifocillandoci con quel poco che avevano, ospitandoci nelle stalle. Eravamo in tanti ad essere sbandati, a volte eravamo così numerosi da formare piccole colonne di “sbandati”. Nessuno, però, ci considerava disertori, ma figli della Patria abbandonati a se stessi. Molti erano diretti a Manfredonia per tentare tramite pescherecci di essere traghettati dopo Barletta, città presidiata da paracadutisti tedeschi che occupavano i ponti sull’Ofanto e gli accessi alla città. Una pattuglia tedesca, invece, la trovammo a Manfredonia, ci rastrellarono e, incolonnati, volevano chiuderci in un campo lì vicino, per poi essere deportati. Mi misi a capo della colonna e dissi ai miei vicini di passare voce di stare attenti ai miei movimenti e di seguirmi. Una volta in marcia la colonna arrivò ad un incrocio, ci fermammo in attesa del comando da parte del caporeparto tedesco per che parte svoltare. Arrivò l’ordine di svoltare a destra, io invece svoltai a sinistra e molti mi seguirono. Il parapiglia fu enorme e i Tedeschi erano confusi non sapendo chi riprendere. Molti di noi se la squagliarono.  

… Ma di quale “marcia della disfatta” parli? Per piacere! Chiamiamo le cose come stanno. Fu una “marcia per la libertà”, molti di noi andarono sui monti a combattere i nazifascisti, io, invece, capirai dopo aver vissuto tutta la gioventù prima in collegio e subito dopo in guerra volevo conoscere un po’ l’aria di casa, noi eravamo sei orfani di padre e madre e mia sorella, zia Maria, doveva accudire tutti, era mio dovere darle una mano.

… Beh tutto liscio non proprio; dovemmo superare diversi inconvenienti, ma trovammo anime gentili, contadini martoriati dalla fame e dalle privazioni, che ci sostennero, ci aiutarono, ci sfamarono, e soprattutto ci diedero informazioni preziose per aggirare le pattuglie nazifasciste che continuamente rastrellavano strade, casali, fienili.

… Ti racconto due episodi. Eravamo in sei o sette, ospitati alla men peggio in una masseria. Arrivò all’improvviso un camion con dei miliziani. Una camicia nera chiamò il massaro e lo avvertì che c’erano sbandati in fuga e di stare attenti a non ospitarli o aiutarli in qualche modo e che comunque sarebbero ripassati per controllare. Chiamai il contadino e gli suggerii di confezionare due fantocci con la paglia e di avvolgerli in una coperta e di mettere un cappello in testa tali da sembrare due persone dormienti. Quando sarebbero tornati i miliziani dovevano raccontare che per evitare di accogliere sbandati dicevano loro che non potevano ospitarli in quanto già avevano ricoverato dei loro compagni e per prova li portavano a vedere i finti dormienti, al che gli sbandati riprendevano la strada per cercare altri rifugi; nel frattempo noi ci saremmo acquattati nelle vicinanze. I miliziani tornarono con un paio di soldati tedeschi, il contadino raccontò la storiella, li portò a vedere i due fantocci impagliati, si bevvero la storia e fummo tutti salvi.  Il nostro obiettivo, lasciati gli Appennini, era raggiungere la costa adriatica. eravamo giunti con circospezione alla fine del sentiero dove si incrociava con un altro. L’incrocio era presidiato da tre soldati tedeschi che parlavano tra loro imbracciando i micidiali Mp 40. Dovevamo aggirare la pattuglia per proseguire. Dovevamo distrarre la pattuglia in quanto eravamo in otto e sicuramente avrebbero notato i nostri spostamenti nel tentativo di aggirarli. Dissi ai miei di sparpagliarsi lungo i lati del sentiero e chiesi al mio amico Faggioni se avesse ancora con sé la automobilina di latta mossa a molla, un regalo che sperava di portare la figlio. Me la feci consegnare. Poi posizionai in modo evidente più indietro un lembo della mia camicia su un rovo, e ancora più indietro posai un capello abbandonandolo sul lato del sentiero. Mi riavvicinai alla pattuglia sempre senza farmi vedere e ad una discreta distanza azionai il meccanismo dell’automobilina di latta. Raggiunsi i compagni acquattati. La pattuglia tedesca, udendo il ronzio, si allarmò e subito si lanciò verso la siepe da cui proveniva il suono. Vedendo i lembi della manica strappato e più in là il cappello, la loro attenzione fu attirata dal sentiero che sembrava indicare la presenza dei soldati italiani in fuga. Gridando e agitati, si precipitarono verso il sentiero, convinti di aver trovato una pista. Una volta lontani, con cautela, recuperato il giocattolino, e con un senso di sollievo riprendemmo la nostra strada.

A fine guerra prestò servizio a Bari tra gli alleati stirando camicie per la truppa, poi rientrò nei ranghi nell’ Aereonautica di Bari alla 4ª Z.A.T (ora 3ª Regione Aerea) scegliendo la carriera civile. Andò in pensione come archivista capo, fu responsabile di tutto il magazzino della ZAT, il che lo portò ad inventariare tutti i beni dell’Arma Aereonautica, compresi quelli custoditi nelle case dei generali comandati, in transito da Bari. Venne insignito del titolo di Cavaliere al Merito della Repubblica e del riconoscimento di “Combattente per la libertà”. Coprì la carica di Presidente dell’A.N.C.R. Associazione Nazionale Combattenti e Reduci della Sezione di Casamassima.

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