Marina

I CANNONI DELLA GRANDE GUERRA – Vitoronzo Pastore

Quei cannonieri baresi non segnavano ma…

Si dice che se la presente sia la guerra dei droni, dei missili e delle bombe ‘intelligenti’. Quella del futuro dovrebbe vedere in campo i soldati-robot. Per trovare spessore al contributo umano (nel senso di dispendio di energie psico-fisiche e capacità di adattarsi alle circostanze e superare imprevisti) bisogna tornare ai tempi dei conflitti mondiali. Conflitti addirittura di colore primordiale se confrontati sul piano tecnologico con le ultime guerre del Golfo. Agli inizi del Novecento il nemico doveva essere ancora ‘avvistato’. Ciò rendeva determinante la funzione delle ‘vedette’, le quali caldo o gelo, giorno o notte, con gli occhi incollati al binocolo dovevano tenersi all’erta. Bastava una frazione di secondo perché l’avversario emico mettesse a segno un colpo fatale, soprattutto in mare. Per cui, guai a distrarsi. Chi cedeva alla stanchezza si ritrovava davanti alla Corte Marziale. Chi no, invece, poteva ottenere un encomio o altro riconoscimento, specie quando la segnalazione di pericolo si fosse rivelata determinante e ancor più se alla stessa segnalazione avesse fatto seguito una felice iniziativa della vedetta, dettata dalla forza delle cose. Fu questo il caso – ce lo ricorda Vitoronzo Pastore in ‘Altruismo e parole d’altri tempi – 1915/1918’, SUMA Editore 2019 – di due marinai baresi nel corso della Grande Guerra. Il primo, Leonardo Lojacono il 7 maggio 1918 era a bordo del piroscafo Vesuvio in navigazione nel Mediterraneo a 130 miglia da Alessandria. Avvistato un sommergibile austriaco, essendo ‘cannoniere scelto’, senza attendere ordini mise mano al pezzo al quale era assegnato (come tutti gli incrociatori ausiliari, ovvero piroscafi e mercantili muniti di bocche da fuoco, il Vesuvio era armato con un cannoncino da 47 mm). Colpito e danneggiato, il sommergibile dovette immergersi immediatamente. Per questo suo gesto Lojacono venne premiato con 3000 lire (una cifra per l’epoca) dalla Capitaneria di Genova, dove aveva sede la compagnia armatrice. Il secondo marinaio barese (per l’esattezza era nato a Santo Spirito e aveva il grado di vice cannoniere),  Gaetano La Gioia, fece anche di più: nell’agosto del 1916, quando era a bordo del Confidenza, affondò tre sommergibili nemici tra le acque della Manica, in vicinanza della Scozia e al largo di Marsiglia. La sua perizia venne ricompensata. Due anni dopo La Gioia navigava in Atlantico a bordo di un altro incrociatore ausiliario, l’Avala della Compagnia Armatori Genova quando la sua nave dovette patire l’attacco di un sommergibile tedesco. Armato con due pezzi da 120, il sommergibile ebbe rapidamente ragione dell’Avala. Ugualmente, con mezzo equipaggio fuori uso, il cannoniere barese continuò a sparare sino all’affondamento dell’unità. Raccolto poi da una nave inglese insieme ai pochi altri superstiti fu condotto a Gibilterra, dove il Comandante della Capitaneria di Porto, saputo del suo gesto, gli elargì un premio in denaro.

Italo Interesse

del 4 marzo 2020

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