
Il prigioniero è una cosa
La ‘filosofia’ che è alla base di questa desolante trovata si commenta da sola. Il prigioniero è omologato, ridotto a un numero, un’incomodo, un costo – si pensi all’effetto di questo tipo di post card sui destinatari
Durante la seconda guerra mondiale (anche dopo), erano molte le difficoltà che gli italiani prigionieri di guerra incontravano nel corrispondere con i loro cari in Patria: molti erano analfabeti e dovevano farsi aiutare dai compagni, sempre che fosse facile reperire carta e penna. C’era poi il fatto che l’Amministrazione del Campo di prigionia non poteva distrarre troppi uomini per controllare tale corrispondenza, ovviamente sottoposta a censura. Peraltro trovare un ufficiale che conoscesse l’italiano allungava tempo di disbrigo. Considerato allora che queste missive si somigliavano tutte, l’Amministrazione Britannica del Campo G.P.O. di Bombay ebbe un’idea: un ‘modello’ di lettera da comporre ‘per esclusione’, ovvero eliminando le voci opzionabili indesiderate – tratta da ‘Prigionieri italiani in India 1941-1946’ del nostro Vitoronzo Pastore (Suma Editore, marzo 2026) – chiarisce le cose meglio d’ogni giro di parole. Tutto si riduee di fatto a un telegramma: ‘Sto bene – stop – Ho ricevuto tuo pacco – stop – ti scriverò una lettera – stop – Non ho ricevuto una lettera da te da molto tempo’. Non c’è spazio nemmeno per i saluti. L’unica traccia di umanità tollerata consiste nella possibilità di mano scrivere data e firma. La ‘filosofia’ che è alla base di questa desolante trovata si commenta da sola.
Il prigioniero è omologato, ridotto a un numero, un incomodo, un costo. Si pensi all’effetto di questo tipo di post card sui destinatari. Sembra che a scrivere sia un animale da allevamento intensivo, la componente elettronica di un telefonino, un bottone, uno spazzolino da denti…

Il prigioniero è una cosa. La post card in questione (si noti l’autografo vergato a matita, segno che anche una penna può diventare un lusso in un Campo) reca la firma del sottotenente Paolo Brienza, nativo di Cerignola. Per fortuna questo giovane ebbe modo in altri momenti di procurarsi carta e penna e rassicurare i propri cari. E cosa dice in queste altre missive? Adesso rassicura un padre ragionevolmente ansioso (“ripeto ancora una volta la solita canzone”), poi sbuffa per la situazione logistica (“la vita sotto le tende in francobolli di terreno”), quindi si lagna della”stessa qiotidina, monotona, snervate inoperosità forzata”… A ben giudicare, questi concetti ricorrono in quasi tutti i messaggi dei nostri militari prigionieri. Allora avevano ragione i Britannici? Neanche per sogno. Anche perché la Censura appiattiva qualunque comunicazione. Fossero stati liberi quei ragazzi di scrivere ciò che veramente sentivano ne avremmo lette di ‘belle’, ma quando poi furono rimessi in libertà, essi si rinchiusero nel silenzio. È difficile partecipare al prossimo certe cose, senza contare il rischio di non essere creduti o, peggio, d’essere snobbati. L’unica era dire tutto il male possibile delle guerre. Lo fecero, non è servito. Un altro sacrificio inutile , il loro.
Italo Interesse

